Appennino Lucano, parco nazionale

981263_381877611921941_1086511739_oL’Appennino Lucano è un parco nazionale del Sud. L’ultimo nato tra i parchi nazionali italiani è, infatti,  un lembo jonico del meridione. Il Parco dell’Appennino lucano si estende lungo tutta la parte settentrionale della catena appenninica della Basilicata. Dalle vette più elevate – Monte Papa (2005 m), M. Sirino (1907 m), M. Volturino (1835 m), M. Raparo (1764 m) – è possibile apprezzare la bellezza naturale e la grande varietà ambientale di questo territorio. Un paesaggio che, se fosse ubicato nella verde Irlanda o tra le brume inglesi, sarebbe sicuramente il regno dell’escursionismo all’aria aperta, tanto chiara è la sua vocazione, con boschi e campi, dolci colline, fiumi e laghi artificiali, montagne di oltre duemila metri.

mondo_trekking_006Le bellezze naturali e paesaggistiche sono davvero molte, a partire dal Bosco di Rifreddo, ai massicci montuosi del Raparo e del Sirino, con luoghi e scenari di grande bellezza quali il “Faggeto” di Moliterno, il Monte Volturino, la Madonna del Saraceno, il Lago del Pertusillo, fino alla spettacolare Murgia di S. Oronzo con i suoi imponenti pinnacoli conglomeratici. Luoghi suggestivi nella loro tranquilla e austera maestosità, tra i boschi di faggio o di abete bianco, con ampie radure punteggiate da fioriture di papaveri e margherite, di ginestra, di lavanda, di salvia, timo e rosmarino. Nelle acque del lago Pertusillo, che si distende nella media valle dell’Agri, alternando strette anse ad ampie vedute, si specchiano i monti circostanti. L’ambiente naturale fa da sfondo all’azione trasformatrice dell’uomo: opere di un passato remoto ancora oggi carico di fascino, a partire dall’area archeologica dell’antica Grumentum, ai numerosi edifici religiosi, ai palazzi di origine medievale custoditi in ogni paese, ai santuari, ai castelli, impreziositi da numerose opere d’arte. Il viaggio nel Parco può continuare tra le viuzze dei centri storici, molti di impianto medievale, i sottopassi, gli slarghi, le piazzette sulle quali sovente si affacciano le botteghe artigiane, testimonianze di antichi mestieri.

I 29 comuni del Parco conservano al loro interno le testimonianze e le vestigia della storia millenaria delle sue genti: risalgono infatti al Neolitico e all’età del Bronzo i primi insediamenti di pastori sulla Civita di Paterno e a Murgia Sant’Angelo di Moliterno. All’occupazione, tra il V e il IV sec. a.C., da parte dei Lucani, seguì, agli inizi del III sec. a.C., l’insediamento dei Romani con la fondazione della colonia di Grumentum. Alla fine della dominazione romana, intorno all’anno mille, cominciò una nuova fase caratterizzata dal diffondersi del cristianesimo, con relativa proliferazione di costruzioni religiose di grandissimo pregio. Seguirono le dominazioni normanne, longobarda e angioina, che hanno lasciato innumerevoli testimonianze presenti su tutto il territorio. Questa stratificazione secolare è rintracciabile oggi negli antichi palazzi, caratterizzati dalla presenza di numerosi portali in pietra e portoni lignei: il palazzo Pignatelli a Marsico Nuovo, del 1600, considerato uno dei più importanti della Basilicata; il palazzo del proconsole Terenzio Lucano ad Armento; il palazzo baronale di Castelsaraceno del 1400; gli antichi palazzi sei-settecenteschi di Spinoso, Marsicovetere, Pignola, Tramutola e Gallicchio; il palazzo Filizzola a Nemoli; il palazzo Arco della Volpe di Paterno. Stratificazione secolare che si riscontra anche nei caratteristici centri storici di Viggiano, Marsicovetere, Montemurro, Sarconi, Sasso di Castalda, Tramutola e Rivello; nei Castelli medioevali di Brienza, Calvello, Laurenzana, Satriano, Moliterno e Lauria. Ricchissimo poi è il patrimonio artistico-religioso, così come quello archeologico.
Un’altra valenza territoriale è la ricchezza di gas e petrolio del sottosuolo, un valore che ha rischiato di compromettere la nascita del Parco e ne ha sicuramente condizionato la perimetrazione. Come ha scritto Gaetano Salvemini: «le buone idee camminano sulle gambe degli uomini», agli uomini e alle donne del Parco è consegnata la sfida di trovare l’equilibrio tra la conservazione della natura dell’Appenino lucano e l’utilizzo del petrolio della Val d’Agri.

PAESAGGIO
Il territorio del Parco occupa una posizione centrale tra i parchi nazionali del Cilento e del Pollino, tra tre grandi bacini idrografici: Basento, Agri e Sinni, con paesaggi agricoli, versanti pedemontani, aree boschive, insediamenti urbani di cresta, zone montuose e piani di altura. Da nord a sud si incontrano le cime montuose ricoperte da fitte faggete dei monti Serranetta (1.475 m), Pierfaone (1.737 m), Arioso (1.709 m) e Maruggio (1.576 m). Imboccando il braccio centrale si incontrano dapprima M. Lama (1.566 m) e Serra di Calvello (1.566 m) dalle cui pendici sgorgano le acque che alimentano il corso principale del fiume Agri; quindi M. Calvelluzzo (1.699 m) e M. Volturino (1.835 m), la cima più alta della successione montuosa. Proseguendo, dopo aver attraversato il passo di Tuppo delle Seti (1.307 m), si incontra il Monte di Viggiano (1.724 m) ed ancora, continuando lungo il crinale di M. Pilato (1.580 m) si arriva sul Monte S. Enoc (1.476 m). Infine si raggiungono M. Caldarosa (1.491 m) e Tempa Lata (1.303 m), siti di considerevole interesse naturalistico per la presenza di boschi di cerro, di faggio e dell’abete bianco, che caratterizzano la riserva dell’Abetina di Laurenzana. Riprendendo il percorso si può proseguire il cammino prima verso ovest e successivamente verso sud per toccare il braccio più meridionale del Parco, passando su cime montuose accomunate da aspetti naturalistici di grande suggestione. Dal Monte (1.410 m) e M. Facito (1.359) si riprende sul baluardo carbonatico dei Monti della Maddalena che divide la Val d’Agri dal vicino Vallo di Diano. Verso sud, in un ambiente prevalentemente tettonico-carsico, si prosegue verso località sorgente Capocavolo da cui si insinua il torrente Cavolo che incide successioni carbonatiche creando una gola di alcuni chilometri percorsa da acque cristalline. Ed ancora, prima di raggiungere il Massiccio del Sirino, con i contrafforti di Serra Giumenta (1.518 m) e la cima più alta del Parco il M. Papa (2.005 m), si prosegue verso Monte Calvarosa (1.261 m) e la Timpa di Rocca Rossa (1.500 m).

FLORA
L’aspetto che colpisce maggiormente il visitatore che entra nel territorio del Parco è l’incredibile varietà di paesaggi naturali che si dispiegano in direzione nord-sud. Le differenze altimetriche, che dai 2.005 metri del M. Papa digradano sino ai 300 metri della base della Murgia di S. Oronzo e l’eterogeneità ecologica, hanno plasmato nei secoli una natura straordinariamente ricca di biodiversità vegetale. Le aree a più elevata valenza naturalistica, ricadono prevalentemente nella fascia fitoclimatica montana, che si colloca orientativamente dai 1.000 ai 1.800 metri: l’area di pertinenza del faggio. Le faggete dei monti Maruggio, Arioso e Pierfaone, sono in associazione con latifoglie quali l’acero di Lobel, l’Acer opalus, l’acero campestre, la carpinella. Nell’area settentrionale del Parco, vegeta un poderoso complesso forestale che si estende sulle pendici del M. Serranetta e comprende il Bosco di Rifreddo, in cui le splendide fustaie di faggio si arricchiscono di specie diverse, in particolare il cerro. A corredo si ritrovano molte specie tipiche di boschi eliofili, quali il carpino orientale, il carpino nero, il nocciolo, l’acero d’Ungheria, l’acero di Lobel. Tra le erbacee sono presenti Veronica officinalis, Anemone apennina, Scilla bifolia, Atropa belladonna, Allium ursinum formante, nei valloni più freschi e fertili, estese coltri vegetali insieme a Sambucus nigra e Galantus nivalis. Nelle aree rupicole di Serra di Monteforte vegeta il millefoglio lucano. In direzione sud-est si erge il cordone montuoso formato dai monti Serra di Calvello, M. Volturino, M. Madonna di Viggiano, Monte S. Enoc, M. Caldarosa che ospitano la foresta più imponente della regione. Numerosi endemismi danno pregio alla flora delle praterie di quota: ricordiamo Hippocrepis glauca esclusiva del Volturino, Schlerantus perennis, Geranium cinereum, Veronica austriaca. Un sito naturalistico di rilievo è l’Abetina di Laurenzana, una fustaia con soggetti imponenti alti anche 40 metri, a prevalenza di abete bianco. La tipica associazione abete bianco – faggio esce qui dagli schemi fitosociologici propri delle aree appenniniche di centro-nord, con una variante più termofila ed eliofila grazie alla presenza di specie come l’agrifoglio, il biancospino, la rosa canina e, tra le erbacee, il sigillo di Salomone, il Miosotis, il ciclamino, la stellina odorosa. Verso ovest, sud-ovest, ai confini con la Campania, si ritrova un esempio spettacolare di faggeta termofila: il Faggeto di Moliterno. La copertura erbacea è di gran pregio è comprende oltre alle specie citate: Lathirus venetus, Euphorbia amygdaloides, Lilium bulbiferum e, nelle praterie dello Sterraturo, numerose orchidee quali, tra le altre, Orchis simia, Ophrys apifera, Ophrys lucana, Ophrys sphegodes. Fanno da cornice al lago Laudemio sul massiccio calcareo del M. Sirino – Papa estese fustaie di faggio che si mescolano agli ontani napoletani delle sponde lacustri. L’area annovera rari endemismi floristici quali Vicia sirinica e Astragalus sirinicus. Nella fascia collinare fino ai 500 metri domina la vegetazione mediterranea che racchiude l’orizzonte delle latifoglie eliofile, dominata dal leccio. In relazione all’altitudine e all’esposizione la lecceta lascia il posto a popolamenti misti di cerro e roverella, accompagnati da altre specie decidue quali Quercus fraineto, Acer obtusatum, Fraxinus ornus, Alnus cordata, Ostrya carpinifolia e Castanea sativa, il ciavardello e il sorbo degli uccellatori. Tra gli arbusti sono frequenti il pungitopo, l’asparago selvatico, il biancospino, il ligustro, il cotognastro, il corniolo. Laddove la morfologia si addolcisce, il leccio si innalza formando boschetti ricchi di ginepri; diffusi nuclei di lentischi, terebinti e filliree arricchiscono il quadro della flora mediterranea che, in zone più aride, cede il posto ai cisti e alla ginestra odorosa. Interessante è la cerreta della foresta Fieghi-Cerreto, ai piedi del M. Raparo. Il lago del Pertusillo è contornato di boschi termofili di roverella, ricchi di funghi e tartufi. Varie querce, tra cui lecci, nuclei di lentisco, ginepri, filliree, fino ai cisti e alla ginestra, arricchiscono i bordi della vallata formando un denso tappeto verde. Al di sotto scorre, nel suo contorto alveo, il fiume Agri, le cui acque bagnano boschi di pioppi, salici e viburni che in primavera offrono una candida spettacolare fioritura.

FAUNA
L’areale del Parco influenza, ed è influenzato, dalle comunità faunistiche dei parchi confinanti e garantisce gli scambi genetici tra le popolazioni ospitate in questo vasto sistema di aree protette. La variabilità ambientale trova riscontro in una buona diversità faunistica. Gli ecosistemi acquatici sono ricchi di anfibi e crostacei. Tra gli anfibi occorre ricordare la presenza diffusa del tritone italico, dell’ululone dal ventre giallo, della salamandrina dagli occhiali e di Hyla intermedia. I crostacei più importanti sono: il granchio di fiume ed il gambero di fiume. Questi, assieme alla ricca ittiofauna presente nel lago del Pertusillo, costituiscono un’importante comunità acquatica e rappresentano un’indispensabile fonte alimentare per specie rare e significative come la lontra. Assieme a ciprinidi quali il cavedano e la rovella, sono presenti nelle acque del lago sia la trota fario sia la trota iridea, l’alborella, la carpa e molte altre specie. Fiumi e zone umidi rappresentano l’ambiente ideale anche per diverse specie di uccelli frequentatori delle acque interne, alcuni dei quali migratori, come la rara cicogna nera che è una specie nidificante e la cicogna bianca. Sempre tra i trampolieri sono frequentatori del lago e dei pantani: l’airone bianco maggiore, l’airone rosso ed il più comune airone cenerino; specie come la garzetta, la spatola ed il cavaliere d’Italia sono facilmente avvistabili così come la nitticora. Altra presenza degna di nota è quella del capovaccaio, specie nidificante nel territorio del Parco. Gli ambienti aperti in quota, oltre i 1500 metri, sono il dominio dei grandi uccelli rapaci che vedono da qualche anno il ritorno di individui erratici di aquila reale, la presenza stabile del falco pellegrino e del corvo imperiale. Poco più in basso, in boschi vetusti, è segnalata anche la presenza del gufo reale, mentre nelle zone collinari sono presenti il nibbio reale e la poiana, così come negli ambienti umidi è possibile avvistare il nibbio bruno ed il falco di palude. Tra i rettili sono presenti la testuggine d’acqua e la ormai rarefatta testuggine di Hermann. Tra i serpenti sono presenti il cervone ed il saettone, così come la vipera. Molto interessanti sono le colonie di luscengola nei prati di alta quota, ove è possibile scorgere anche l’orbettino. I variegati ambienti terrestri sono il regno di numerose specie di piccoli mammiferi carnivori come la puzzola ed il gatto selvatico, così come del lupo: la presenza di questi predatori andrà meglio studiata. Mentre è certa la presenza del cinghiale, difusso nel Parco. I prati montani e pedemontani, oltre ad offrire rifugio all’istrice, sono gli ambienti elettivi della timida lepre europea che è preda della volpe. Tra gli insetti è degna di nota la presenza della rosalia alpina, un coleottero dalla vivace colorazione.

 

GEOLOGIA E GEOMORFOLOGIA
L’area presenta una geologia ed una geomorfologia variegate con conche tettonico-carsiche, laghi temporanei, doline, grotte, sorgenti, zone fossilifere ed evidenti strutture geologiche che testimoniano i momenti salienti dell’evoluzione dell’Appennino lucano.
Le forme di erosione del Sirino e il vicino lago Laudemio testimoniano la presenza di antichi ghiacciai perenni dell’ultima glaciazione. La morfologia ci mostra circhi glaciali e lingue moreniche che si estendono fino a quote tra i 1.200-1.250 metri di altitudine, testimonianza della massima espansione glaciale del periodo Würmiano. La struttura geologica è costituita prevalentemente da calcari con liste e noduli di selce nera di epoca Triassica, dagli Scisti Silicei del Trias superiore – Giurassico superiore e da lembi del “Flysch Galestrino” di età Cretaceo inferiore – Giurassico superiore. Ad est, come un enorme panettone calcareo che poggia tettonicamente sui terreni delle unità del bacino lagonegrese, si erge Il M. Raparo (1.764 m) con le altre due sue cime: La Bannera (1.703 m) e Verro Croce (1.672 m). Chiude ad est l’imponente Murgia di S. Oronzo, geologicamente recente (Pleistocene inferiore) costituta dai conglomerati di Castronuovo che si innalzano in pile di grande bellezza ed integrità nel territorio di S. Martino d’Agri. La Valle dell’Agri, sede nel Pleistocene di un bacino lacustre, conserva segreti paleontologici e tracce della presenza di specie ancora più antiche. Queste testimonianze sono rappresentate da resti dell’Elephas antiquus Italicus esposti presso il Museo Archeologico di Grumento Nova.
La storia geologica del territorio del Parco risale a circa 200 milioni di anni fa, quando dal paesaggio originario, cominciarono a formarsi le sequenze sedimentarie che avrebbero in seguito costituito l’ossatura delle montagne che oggi noi ammiriamo. Il territorio del Parco si presenta geograficamente molto frammentato: l’area settentrionale è rappresentata da Pignola, Abriola ed Anzi, quella occidentale è solo una fascia confinante con la regione Campania in cui sono rappresentati lembi dei comuni di Sasso di Castalda, Paterno, Brienza e Tramutola, seguono più a sud un vasto territorio di Moliterno e l’area di M. Sirino con parte dei territori di Lagonegro, Nemoli e Rivello. Spostandoci a sud est sono ben in evidenza gli agri di Spinoso e S. Martino d’Agri, e lembi dei comuni di S.Chirico Raparo, Montemurro, Sarconi e Grumento Nova. Nella parte centrale del Parco appare in tutta la sua bellezza il lago del Pertusillo.
Il Parco è appena nato ma ha subito dimostrato di voler recuperare il tempo perso.
Anche qui, come in altre realtà giovani, basterà saper far tesoro delle esperienze maturate altrove, ovviando con la buona volontà alla mancanza di un’agenzia nazionale per le aree protette che potrebbe garantire efficacemente lo “start up” dei nuovi parchi.
La sfida di questo giovane Parco sarà quella di portare turismo direttamente dai mercati esteri e del nord Italia, costruendo un’utile sinergia con i vicini parchi nazionali e regionali del territorio lucano, pugliese e campano. Magari riuscendo ad offrire un’integrazione con l’offerta turistica del vicino mar Jonio.
Intanto per l’anno internazionale della biodiversità, il parco ha in programma una grossa iniziativa culturale con il Codra: la banca euro-mediterranea del germoplasma.
Nei paesi del Parco si conservano tradizioni e usanze dei vecchi tempi, riproposte nelle numerose feste religiose e sagre che si svolgono nel corso dell’anno, occasioni per rievocare vicende passate ma anche per gustare, in un vortice di sapori, i prodotti tipici della tradizione culinaria: crespole, “bucc not”, ferricelli. Difatti, la gente del Parco è costituita in prevalenza da agricoltori operosi e da piccoli imprenditori agricoli proiettati verso la valorizzazione delle produzioni enogastronomiche locali. Dalle loro sapienti mani provengono prodotti della terra di grande qualità e rinomanza: fagioli di Sarconi IGP, formaggio Pecorino, Canestrato di Moliterno IGP, vino “Terre dell’alta Val D’Agri Doc”, olio e prodotti biologici.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>