Parchi, caccia e turismo

 

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Sull’intima essenza della conservazione

Periodicamente, anche in convegni in cui non te lo aspetteresti, si sente parlare di caccia nei parchi. Già come se si parlasse di organizzare un baccanale in chiesa.

Ci sono luoghi che l’Uomo dovrebbe rispettare, cercando di recuperare quel rapporto con la Natura che purtroppo abbiamo smarrito. I parchi sono questo: un tempio della natura selvaggia, laddove possibile, un tempio della natura che ci resta, più spesso alle nostre latitudini. Anche se, a dirla tutta, da vicino siamo a volte davvero miopi. Perché la vera cifra della conservazione italiana è proprio la presenza di una natura incredibilmente preservata a due passi da grandi città. Han forse i francesi o i tedeschi lupi a Parigi o Berlino? No e neanche orsi. Invece l’Italia dei beni culturali, dei paesaggi antropizzati, è anche il paese del lupo, dell’aquila, della lince, della lontra, dell’orso, della balena, a due passi da Roma o Firenze o Venezia.

Questa è una missione cui i parchi devono adempiere: conservare la straordinaria integrazione di uomo, natura e cultura che è l’intima essenza del nostro martoriato Belpaese.

Ecco è proprio in questo contesto che va collocata la caccia. Erroneamente considerata uno sport, ma che sicuramente ha un fondo passionale (per chi la pratica) piuttosto forte. E si sa con la passione si dialoga poco. Noi nei parchi invece ci siamo sforzati di dialogare sempre, con tutti. Ma la caccia impatta inevitabilmente sulle specie e sugli ecosistemi, sulla stessa possibilità di attivare forme diverse di utilizzo del territorio (fareste una passeggiata sotto una pioggia di pallini di piombo o tra il latrare di cani che corrono?).

I più accorti dicono: ma c’è il problema delle specie invasive. Si è vero. Ma la più problematica di tutti, il cinghiale, è il frutto scellerato delle reimmissioni da parte di amministrazioni pubbliche, con i soldi delle nostre tasche, di animali ibridati con esemplari del centro-Europa. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: maschi di 120 chili e figliate di sei cuccioli due volte l’anno!

I cacciatori sono l’unica soluzione? Non credo proprio. Le catture controllate, senza crudeltà e sofferenza per gli animali, la loro uccisione indolore e la trasformazione in risorse alimentari è la giusta risposta al problema dell’animale invasivo. Almeno nei parchi.

Già perché la tantissima gente che ama la natura, i parchi, gli animali, vorrebbe poter godere del silenzio delle aree protette, della possibilità di avvicinarsi davvero agli animali selvatici.

Negli USA, patria dei parchi nel mondo, i cacciatori sono vestiti di arancio fluorescente quando devono andare a caccia, così come gli stessi ranger quando devono abbattere un animale divenuto pericoloso. Già perché non va dimenticato che negli Stati Uniti, gli orsi grizzly fanno anche vittime tra gli uomini troppo imprudenti o confidenti.

Negli USA si vestono di arancione perché così i selvatici imparano ad identificare due diverse specie un po’ simili: a) l’Uomo, vociante, chiassoso, vestito di molti colori e inoffensivo; b) il cacciatore, silenzioso, vestito di arancione e pericoloso.
Solo così nei parchi americani si riesce ad avvicinare tantissimo gli animali, confidenti e sereni come da noi non sono mai.

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