Penne, borgo del parco nazionale del Gran Sasso-Laga

_MG_3358Ci sono luoghi del nostro Paese dove il tempo sembra essersi fermato. Un’Italia “minore”, sconosciuta ai più, che pure racchiude scrigni di grande bellezza e incredibili testimonianze dell’antico rapporto tra uomo e natura.
Di questi luoghi, unici e speciali, l’Appennino è pieno. Occorre solo avere la pazienza e la curiosità di cercarli, perdonando quelle piccole manchevolezze turistiche tipiche dei luoghi non da turismo di massa. Ma per qualcosa che manca… tantissimo in più dell’ordinario c’è davvero.
Il Parco del Gran Sasso e monti della Laga
E’ il Parco che esprime, per eccellenza, i caratteri stessi dell’Appennino. Ci sono tre gruppi montuosi: la catena del Gran Sasso, la cui vetta, il Corno Grande di 2.912 metri è la cima più elevata dell’Appennino; la catena dei monti della Laga che raggiunge 2.458 metri di quota sul monte Gorzano e il gruppo dei monti Gemelli. La collocazione geografica dell’area, l’altitudine delle montagne e la loro diversa natura geologica sono tra i fattori principali che determinano una grande biodiversità, sia nei fiori sia nelle vegetazioni, di questi posti.
Se volete vedere fiori unici, però, occorre salire alle quote più alte. Perché qui grazie alla presenza di tanti parchi la natura si è davvero preservata.
Pensate che tra i parchi nazionali dei Monti Sibillini, della Majella, quello d’Abruzzo, Lazio e Molise, oltre al Gran Sasso-Laga e al parco regionale abruzzese del Sirente-Velino, qui abbiamo il più grande comprensorio di natura selvaggia in Italia, con oltre mezzo milioni di ettari tutelati.
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Pensando al Gran Sasso, la mente di molti immagina la grande zanna del Corno Grande, che si fa certo notare a grande distanza. Ma oltre che dalla montagna più alta dell’intero Appennino, il Parco è caratterizzato da una gran varietà di ambienti naturali. Il territorio è composto dai due diversi massicci montuosi che danno il nome all’area protetta. Tra loro si stendono la valle del Vomano e l’altipiano di Campotosto. La vallata più spettacolare e indimenticabile è quella di Campo Imperatore, il cui nome ci riporta al grande naturalista Federico II di Svevia, alla cui vita è legata gran parte della storia del nostro Mezzogiorno. L’altopiano è uno dei maggiori in Italia, si estende per 19 chilometri di lunghezza e 4 di larghezza, posto a ben 1.800 metri di quota. Ma le sue propaggini si estendono tra 1.400 e 2.200 metri di quota, con paesaggi morbidi ed ondulati in netto contrasto con le ardite cime circostanti. Molto diversi sono i monti della Laga, vero crocevia tra Lazio, Abruzzo e Marche. Il loro nome deriva da quello di un’antica torbiera, oggi sommersa dal lago artificiale di Campotosto.
La linea di cresta di questi monti selvaggi si snoda per quasi 30 chilometri, da nord a sud. Le strade vi si inerpicano un po’ dappertutto, sino al limite delle capacità tecniche. Eppure tanta natura selvaggia si è salvata su questi monti e tra questi boschi. Sono montagne di marne ed arenarie, anche se non mancano isolati rilievi calcarei come la montagna dei Fiori e quella di Campli. Il loro aspetto è arrotondato e ricoperto da boschi e foreste, nonché di acque, soprattutto nei versanti più freschi che guardano all’Adriatico. Divisi dalla geologia e della geomorfologia, il Gran Sasso e la Laga hanno in comune una millenaria presenza umana. Entrambi i massicci, infatti, sono stati popolati sin dal Paleolitico.
La presenza antichissima dell’uomo porta all’affermarsi di una pastorizia transumante. I bellissimi ed estesi pascoli del territorio divengono strategici per la sopravvivenza delle popolazioni locali che vi costruiscono opere di difesa, borghi fortificati e castelli.
Il territorio è anche intessuto di una vera e propria rete di tratturi. I bellissimi tratturi abruzzesi, segno del paesaggio, cultura millenaria, microambiente per tante specie che dentro ed intorno al muretto a secco vi vivono; ma anche grandi vie economiche di collegamento tra l’Appennino centrale e le pianure del Tavoliere di Puglia. Ma la pastorizia transumante, che in passato è stata l’attività principale di questo territorio, ha risentito delle profonde trasformazioni socio-economiche della società italiana a partire dagli inizi del XIX secolo. Oggi l’allevamento, seppure ridotto rispetto al passato e parzialmente trasformato da transumante a stabulazione fissa, costituisce ancora un’importante attività economica del territorio.
In questi territori, alle pendici delle montagne più impervie, o sugli altopiani, infatti le pecore pascolano ancora oggi.
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Loreto Aprutino
Usciti dall’autostrada, prendiamo la SR 151 in direzione di Loreto Aprutino, al bivio con la SP18b giriamo a sinistra per andare a visitare la chiesa di Santa Maria in Piano, un monumento d’eccezione davvero da visitare.
Le prime notizie di questa chiesa risalgono all’VIII sec. d.C., ma distrutta da un incendio, fu ricostruita nel XII e rimaneggiata nel XVI.
L’interno è riccamente affrescato con opere del trecento e del quattrocento, dal piazzale della chiesa si gode di uno spettacolare affaccio su Loreto Aprutino e la campagna circostante.
Finita la visita della chiesa, torniamo sui nostri passi sino alla SR 151, svoltando a sinistra per raggiungere il paese di Loreto Aprutino.
Lauretum è il suo antico nome, perché dopo la distruzione avvenuta in una delle tante guerre di conquista dell’antica Roma, il borgo fu riedificato in una zona ricca di alberi di lauro, cioè di alloro.
E’ un paese che si distingue per la sua imponenza, così arroccato com’è intorno al suo colle. Le testimonianze artistiche non mancano, da Porta Castello all’abbazia di San Pietro, il palazzo Chiola e il Castelletto Amorotti che ospita oggi il museo dell’olio.
Qui vicino, infatti, è proprio l’area di Pianella che ha dato il nome ad una delle più famose cultivar di olio abruzzese… provare per credere.
Noi siamo andati in giro senza meta, tra le stradine e i vicoli, le scalette e qualche edificio abbandonato che purtroppo non manca mai nel nostro Appennino.
Il tempo sembra essersi davvero fermato a Loreto. I panni stesi fuori dalle case, i gatti che camminano indolenti, le anziane signore e qualche inizio di restauro sono la cifra di questo paese solitario e silenzioso.
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Penne
Proseguiamo sulla SR 151 in direzione di Penne, avendo tempo all’incrocio con la SP 3 sulla destra si può fare una deviazione lungo la panoramica strada per Collecorvino.
Altrimenti proseguiamo sulla SS 81 sino alla meta.
Con un territorio di 9042 ettari il comune di Penne è il più esteso della provincia di Pescara. Davvero la prima volta che ci son stato non mi aspettavo una tale quantità di case e palazzi importanti nel centro storico, purtroppo minato da un po’ di abbandono e dal recente terremoto.
E’ una cittadina di cui si ha notizia sia in epoca romana sia in epoca medievale. Nel 1087 fu conquistata dai Normanni. Nel 1522 fu assegnata a Margherita d’Austria, che fece di Penne a sua capitale in Abruzzo, questo ruolo fu mantenuto anche quando lo Stato Fernesiano passò sotto i Borboni di Napoli. Anche se ci sono stati interventi in epoca barocca, l’attuale impianto urbanistico, posto su quattro colli a 446 metri di altitudine, è sostanzialmente medievale. Penne è una vera e propria “città del mattone” di terracotta che ne caratterizza mura e pavimentazioni.
Perdetevi tra queste mura, seguendo un itinerario anche casuale, sia dentro sia intorno alla cinta delle mura, il silenzio e la pace di questo borgo non mancheranno di affascinarvi. Dall’alto delle mura lo sguardo spazia sulle campagne circostanti, sulle montagne e nei giorni tersi anche sino al vicino mare Adriatico.
Il paesaggio vegetale delle dolci colline pennesi è caratterizzato soprattutto dalle colture degli oliveti con due varietà predominanti, la Dritta e il Leccino. Quindi non fatevi mancare l’olio extravergine di oliva di queste contrade. Noi lo abbiamo apprezzato nella cucina del ristorante Collalto dell’Oasi di Penne, dove Fernando e i suoi bravissimi collaboratori da tanti tanti anni lavorano alacremente e con cura per la tutela dei luoghi, per la riscoperta di antichi sapori e saperi dell’agricoltura di un tempo.
Questa località a due passi da Penne e dal suo lago, è il cuore pulsante di tutte le attività dell’area. Qui, infatti, è allocato il centro di educazione ambientale “Antonio Bellini”, che si occupa di promuovere le attività di educazione ambientale e di conoscenza del territorio. Vi si svolgono campi scuola e corsi di formazione, incontri di lavoro e stage. Ma il luogo è caratterizzato, da sempre, per l’innovazione e la sperimentazione nel campo delle risorse energetiche rinnovabili, che vengono rese fruibili a tutti i visitatori con ampi e dettagliati pannelli informativi.
Ma qui c’è anche un’azienda agricola, dedicata soprattutto al farro, e i mulini di macinazione. Qui ci sono le idee che hanno fatto di un gruppo di volenterosi una delle migliori esperienze di economia sostenibile legata alla tutela dell’ambiente in Italia centrale. Operano in questi luoghi le coop. Cogescstre, Samara e Il Gallero.
Sia che siate interessati al legno, sia che siate interessati all’agricoltura, all’educazione ambientale o all’escursionismo, alla natura o alle fonti rinnovabili, o solo vogliate mangiar bene e sano… Non mancate l’appuntamento con Collalto.
Proprio da Collalto si ammirano estesi campi di cereali con coltivazioni di grano duro e tenero, ma anche di farro: la tipica immagine della campagna appenninica.
Le contrade di Penne sono anche molto ricche di acqua dolce. Antiche fontane come l’Acquaventina, Cupo, S. Simone, Fonte Nuova, Fonte Murata, Fonte Sacioli, Blanzano Trifonte e Ossicelli cingono la città vecchia. Il fiume Tavo e il Fiume Fino bagnano il comune di Penne raccogliendo i tributi di numerosi fossi dalle portate copiose.
Uno sbarramento artificiale nella confluenza tra il Gallero e il Tavo ha dato origine alla diga di Penne e dal 1987 alla riserva naturale regionale del Lago di Penne, istituita per tutelare le oltre duecento specie di uccelli censiti in questo luogo.
Alberi secolari, a volte di una bellezza sconvolgente, sono sparsi su tutto il territorio e continuano a sfidare il tempo con la loro straordinaria resistenza. Sono roverelle maestose, come quelle di Colleromano e di Torre di Mezzo, cipressi altissimi a S. Salvatore, ulivi contorti e vecchi (Cirolo, Valloscuro, Marzengo), e poi grandi peri o sorbi, meli e ciliegi appartenenti a cultivar locali e ancora  gruppi di tamerici, tassi isolati e olmi ormai rari.
Avendo tempo e trovando qualche pennese che ci aiuti a trovarla (ma a Collalto presso il centro di educazione ambientale, le guide del territorio non mancano di certo) sarebbe bello poter passeggiare nella lecceta di Colleromano, che vegeta a due chilometri dalle antiche mura del centro storico.
Penne, però, ha anche tanta natura in paese, infatti è anche la città del rondone con una popolazione che può superare anche ottomila unità, d’estate le loro grida e le spettacolari evoluzioni aeree ne fanno una presenza indimenticabile.
Dal paese occorre seguire le indicazioni per la riserva naturale del lago di Penne. Occorre stare attenti perché le indicazioni sono poche, ma basta capire che occorre andare in basso, in discesa perché il lago è nella valle. Comunque la gente, molto gentile, non mancherà di aiutarvi.
A parte le numerose specie acquatiche di passo o stazionarie che vivono al lago di Penne (marzaiola, alzavola, fistione turco, moretta tabaccata, oca selvatica, cavaliere d’Italia, beccaccino, falco pescatore, airone cenerino, nitticora e tarabusino) nel resto del territorio sono abbondanti e facilmente avvistabili gli storni ed i colombacci ma anche gheppi e poiane.
L’oasi del WWF e riserva naturale regionale del lago di Penne, è una gran bel luogo, che davvero merita la visita, adatto ai più grandi e ai più piccini, purtroppo come in molte altre parti d’Italia si avverte che occorrerebbero molte più risorse finanziarie per tutelare e far fruire la nostra bellissima natura.
Occorre ricordare che quest’area è stata rinaturalizzata dopo la costruzione della diga artificiale e quindi è da seguire sempre per la sua continua evoluzione. Non sono molti, infatti, i luoghi che dopo un impatto così forte sul paesaggio e sull’ambiente naturale riescono a riprendersi al punto di ospitare una fauna ricca e numerosa.
Arrivati al ponte della diga, facendo attenzione a non intralciare il traffico, ci si potrà fermare per delle foto. Proseguendo, in fondo alla strada si arriva al bivio dove a destra si va alle strutture di visita dell’oasi, dove c’è anche un piccolo allestimento sui ricami e un punto vendite, nonché qualche anziana struttura per l’osservazione e la visita; mentre a sinistra si prosegue per andare a Collalto.
La strada è stretta ma non ci sono problemi, basta andare piano. Mentre l’imbocco per Collalto è un po’ ripido e da affrontare con motore deciso, ma nulla di impossibile. Alla fine vi aspetta un largo spiazzo non asfaltato e la bellezza dei luoghi.
Visitato Collalto torniamo sui nostri passi sino a Penne, da cui proseguiamo il nostro itinerario verso Farindola, sulla SS 81 in direzione dei monti, sino alla meta.
Farindola
Proprio sotto le montagne del parco, il comune di Farindola ricomprende 4531 ettari con boschi molto estesi e numerose montagne.
I tratti salienti della visita a questo borghetto piuttosto carino sono il pecorino e il camoscio.
A Farindola, infatti, è collocato il museo del camoscio voluto dal Parco nazionale Gran Sasso-Laga proprio per valorizzare questo bellissimo e un tempo raro ungulato (grazie alle reintroduzioni partite dal parco d’Abruzzo, oggi la specie è stata messa al sicuro dal rischio di estinzione).
Il piccolo museo che celebra i fasti di questo animale, ne racconta la storia e la biologia e ci fa scoprire l’intima essenza stessa del lavoro di un parco, si trova proprio all’inizio del paese, alla prima piazzetta a sinistra venendo dalla direzione del mare.
La cooperativa che gestisce il museo, propone alcune interessanti attività didattiche che possono essere una bella occasione per mamme e papà di condividere con i loro figli un momento di studio e di scoperta.
Ma il palato ha le sue esigenze ed eccoci allora a parlare del pecorino di Farindola, un formaggio le cui prime notizie risalgono agli antichi romani. Del resto le pecore, la Forse perché abbiamo l’emigrazione nel cuore, forse perché abbiamo visitato tanta gente che vive in giro per il mondo nel ricordo di una splendida terra chiamata Italia, ma questo museo e questi paesi ci hanno davvero aperto il cuore. lana, i loro formaggi, le loro carni (non mancate di assaggiare i famosi arrosticini di pecora) e la cultura dell’Abruzzo sono profondamente intessuti tra loro.
Il formaggio tipico è oggi tutelato da un consorzio di produzione, da un presidio Slow Food e da una casera consortile.
Insomma, la strada è un po’ stretta e in salita ma a Farindola avete davvero tanti motivi per andarci!
Gustato il pecorino torniamo indietro sui nostri passi sino a Penne, per poi proseguire sulla SS 81 sino a Picciano.
Picciano
Le prime notizie certe di questo borgo risalgono al 1049. Visse prevalentemente sotto la giurisdizione dei monaci benedettini sino alla conquista normanna. Nel 1680 la distruzione dell’abbazia segnò la fine di questo paese, il cui futuro restò legato solo all’agricoltura di sopravvivenza, sino alla fine dell’ottocento quando il paese fu tutto un rifiorire di attività artigianali. Picciano divenne, infatti, il paese dei sarti e dei calzolai, con decine di botteghe attive. Questa cultura permase sino ai giorni nostri, tanto che nel secondo dopoguerra fu uno dei pochi centri dell’area a resistere alla forte necessità dell’emigrazione.
Questa storia, complessa e difficile, possiamo riviverla noi tutti a Picciano, visitando l’incredibile Museo delle tradizioni ed arti contadine. Il Mu.T.A.C. Si fregia di essere il più grande d’Europa nel suo campo, ed ha un interessante motto: “scopri il tuo passato…aiuta il nostro futuro!”.
Il museo, nato completamente da un’idea e dalla forza di volontà di un famoso medico, nato a Picciano, è stato completamente realizzato con fondi privati. Mai come in questo caso la velocità e la semplicità, l’affabilità e le relazioni umane, infatti, potevano consentire di raccogliere tanti ricordi e vestigia della nostra cultura contadina. Se lo avesse fatto una pubblica amministrazione, con le sue burocratiche lentezze, probabilmente staremmo ancora d intonacarne i muri delle sale vuote!
Ed oggi invece quelle sale sono davvero piene di storie, di vite vissute, di dolori e sorrisi, di amarezze, tecniche, sconfitte, emigrazioni, in poche parole di quella che è stata la nostra civiltà contadina.
Il museo si estende su una superficie di poco più di 6.000 metri quadrati: le sale illustrano la cultura dell’olio e del grano, del lino e della canapa, della lana e dei vestiti, ma c’è anche una collezione di lumi ed una camera da letto, i vestiti da sposa e la bottega del falegname, gli allestimenti sono curati e realizzati tutti con materiali originari. Davvero merita una visita questo inaspettato museo di Picciano.
Forse perché abbiamo l’emigrazione nel cuore, forse perché abbiamo visitato tanta gente che vive in giro per il mondo nel ricordo di una splendida terra chiamata Italia, ma questo museo e questi paesi ci hanno davvero aperto il cuore.

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